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archivio > Saggi e inediti>Luigi Agnello, Bordiga Amadeo, Dizionario biografico degli italiani, Treccani, 1988, vol. 34.

aggiornato al: 22/09/2010

Istituto della enciclopedia italiana

Questa bellissima scheda biografica su Amadeo Bordiga si trova nel  Dizionario biografico degli italiani dove fu pubblicata nel 1988 ed è opera di Luigi Agnello di cui non sappiamo nulla ma che dimostra di conoscere bene l'argomento di cui tratta.

Il testo che riportiamo si trova già in internet nel sito della Treccani (Treccani.it); abbiamo solo omesso le note bibliografiche presenti alla fine dello scritto.

Buona lettura.

 

BORDIGA, Amadeo

 

Nacque a Resina (Napoli) il 13 giugno 1889 da Oreste e da Zaira Amadei.

Il padre (1852-1931), novarese, massone, fu uno dei più apprezzati studiosi italiani del suo tempo di economia agraria e di estimo rurale, discipline che insegnò dal 1884 al 1927 presso la Scuola superiore di agricoltura di Portici, della quale divenne il rappresentante più autorevole, situandosi "«al centro di tutte le attività di relazione tra la Scuola e il mondo agricolo meridionale» (Rossi Doria, p. 842). La madre apparteneva a una nobile famiglia romana, che vantava discendenza dall'antica stirpe fiorentina degli Amidei. 

L'ambiente familiare, ricco di fermenti intellettuali, morali e politici, esercitò una grande influenza sulla formazione del Bordiga. Dal ramo materno si può far derivare quella fierezza aristocratica, sprezzante delle mezze misure, come delle mezze classi, che costituì un tratto vistoso della sua personalità e affiorò spesso nel suo contegno politico. Un esempio d'insofferenza sovversiva gli giungeva dal nonno, il conte M. Amadei (I839-1906, su cui vedi Diz. biogr. degli Italiani, II, pp. 602 s.) che, appena ventenne, aveva infranto il lealismo pontificio della sua casata per farsi cospiratore, gettarsi nelle lotte risorgimentali, legarsi di amicizia al gran maestro della massoneria G. Mazzoni, e sedere nel Parlamento nazionale, come deputato della Sinistra, per otto legislature, dal 1874 al 1897. D'impronta democratica e massonica era anche l'impegno politico dello zio paterno, Giovanni (1854-1933), professore di geometria descrittiva nella università di Padova e figura di spicco nel radicalismo e nell'irredentismo veneti.

Ma chi incise più a fondo sulla maturazione del B. fu il padre, di cui egli fece propri la fermezza di carattere e il disinteresse personale (Il miraggio della riforma agraria in Italia, in Prometeo, s. 1, II [1949], p. 613), e dal quale attinse, altresì, preziose indicazioni metodologiche nella ricerca economica e sociale, un'originale modalità di approccio ai problemi del Sud, esente dagli ideologismi del dibattito sulla «questione meridionale», nonché il gusto dell'astrazione matematica, che lo indusse a seguire gli studi di ingegneria presso il politecnico di Napoli, dove si laureò il 26 nov. 1912.

Pur così fortemente segnato da questo complesso contesto formativo, il B. visse la sua adesione al socialismo, sancita nel 1910 dalla iscrizione al Partito socialista italiano, come un'abiura dei valori politici ai quali era stato educato: l'ideale liberaldemocratico, il culto dei Risorgimento, il sentimento nazionale, la fede nel progresso, valori che egli vedeva compendiati nel sistema ideologico della aborrita massoneria. Il B. stesso confessò che la sua scelta di classe era stata un «fatto sentimentale» anziché «intellettuale» (Il «punto di vista», in L'Avanguardia, 15 dic. 1912) e dette subito prova del suo antintellettualismo nella sua prima battaglia politica di risonanza nazionale, condotta contro il progetto «culturista» di A. Tasca nel IV congresso della FIGS (Federazione italiana giovanile socialista, Bologna, 20-22 sett. 1912). Dopo la vittoria ottenuta in quella sede godette di una udienza sempre più vasta fra la gioventù socialista.

Contemporaneamente egli dava inizio alla lotta contro i personaggi più popolari dei socialismo napoletano, che considerava veicoli d'infezione borghese e massonica tra le masse operaie, attaccandone l'orientamento bloccardo, l'elettoralismo camuffato da questione morale, il meridionalismo piagnone. In opposizione alla federazione socialista locale, fondò il circolo C. Marx (2 apr. 1912) insieme con altri elementi, tra i più radicali, della frazione intransigente, ma rientrò nella sezione napoletana del PSI (29 maggio 1914), appena questa si ricostituì professandosi disciplinata alla direzione del partito. Della rinnovata sezione divenne presto l'animatore e la trascinò nel 1914-15 in una vivacissima campagna antibellicista, facendo di essa il nucleo di una corrente di estrema sinistra che si irradiò in tutto il partito.

Componente fondamentale, infatti, del socialismo giovanile del B. era un incondizionato pacifismo. Il suo primo intervento nel PSI fu una conferenza, tenuta nella sezione di Portici, contro la spedizione libica (L'Avanguardia, 19 nov. 1911) e i suoi primi articoli, apparsi nel 1912-13 sull'organo della FIGS, L'Avanguardia, e sull' Avanti!, furono in gran parte dedicati all'esecrazione della guerra, sia che essa mirasse ad assoggettare popolazioni primitive, col pretesto di incivilirle, sia che venisse combattuta in nome della indipendenza nazionale e giustificata in base a un «pregiudizio volgare», condiviso peraltro da un grosso filone del marxismo, come mezzo per accelerare «l'avvento della società socialista» (La guerra balcanica, ibid., 1° dic. 1912). I massacri dei campi di battaglia non meno delle miserie della condizione salariale - di cui il B. ebbe precoce esperienza, operando come propagandista e organizzatore in una delle aree più industrializzate del paese, quella posta a oriente di Napoli, tra San Giovanni a Teduccio e Castellammare di Stabia - suscitarono in lui la visione di una «minoranza eroica» (La nostra missione, ibid., 2 febbr. 1913) che scuotesse le masse proletarie dall'inerzia e ne accendesse l'istinto rivoluzionario, con l'esempio di uno stoico spirito di sacrificio e di una appassionata dedizione alla causa.

La caratterizzazione della élite rivoluzionaria in termini etici piuttosto che politici rimarrà l'aspetto più costante del pensiero del B., costituendo l'essenza della sua concezione del partito. Essa si fondava sul Manifesto marx-engelsiano, recepito però attraverso una lettura che ne amplificava i toni messianici e in cui confluivano suggestioni emananti da fonti diverse: la tradizione bakuniniana e pisacaniana ancor viva nel socialismo napoletano, l'idea della minorité agissante, di estrazione babuvista, circolante nell'anarchismo francese a cavallo dei due secoli, il clima idealistico della cultura italiana del primo Novecento, il fascino di Mussolini rivoluzionario e, non ultima, l'austera lezione del padre e degli uomini della Destra storica, ai quali, nella vecchiaia, il B. paragonerà i bolscevichi in quanto «digiunatori al potere» (Il Programma comunista, 28 luglio 1955). Al B. restò sempre estraneo, invece, il marxismo teorico indigeno, a partire dal suo nume tutelare, Antonio Labriola, che egli continuò a spregiare in quanto colonialista (Storia della sinistra comunista, I, p. 55), come gli risultò poco congeniale il marxismo positivista della II Internazionale. Del resto le opere marxiane di economia, compreso Il capitale, gli rimasero mai note almeno fino alla metà degli anni Venti, quando egli cominciò a utilizzarle per rivestire con argomentazioni scientifiche la fortissima esigenza etica e utopica che sottostava alla sua opzione rivoluzionaria. Ancora nel 1924, nel difendere la teoria marxiana del valore contro la critica di A. Graziadei, avvertiva di non possedere conoscenze adeguate in materia (La teoria del plusvalore di C. Marx base viva e vitale del comunismo, in L'Ordine nuovo, 1-15 apr. 1924). Perfino il suo determinismo che, appena formulato scandalizzò R. Mondolfo per la sua oltranza (R. Mondolfo, Socialismo e filosofia, I, in L'Unità, II [1913], p. 223), non appare tanto radicato nella scienza quanto in una vocazione profetica che cercava in infallibili meccanismi storici la garanzia del collasso dell'ordine vigente.
Lo scoppio del conflitto europeo, mentre ravvivava il suo sincero orrore del sangue, destò in lui la preoccupazione di preservare il patrimonio ideale del PSI da ogni tentazione bellicista. Militarismo, sviluppo industriale, crescita della democrazia erano per il B. fenomeni interdipendenti; pertanto egli respinse l'interpretazione della guerra come crociata delle potenze democratiche contro il presunto autoritarismo feudale degli Imperi centrali e denunciò il filointesismo allignante nel suo partito, cogliendo con prontezza i cedimenti di Mussolini di cui era stato estimatore ed amico. Dopo l'intervento italiano si prodigò affinché il PSI non si lasciasse sedurre dal clima di concordia nazionale, pur intuendo le difficoltà della lotta di classe durante una guerra moderna, che, come prevedeva, avrebbe spinto gli Stati a cementare l'intera società, soffocandone i contrasti, con la coercizione materiale ed ideologica.

Richiamato alle armi all'inizio del 1915, poté impegnarsi nell'attività politica in modo intermittente. Nel convegno socialista di Roma (25-26 febbr. 1917) presentò una mozione che esigeva una opposizione più netta alla guerra e che raccolse sorprendentemente 14.000 voti contro 17.000 ottenuti dalla mozione di centrodestra, in cui si ribadiva la formula paralizzante "non aderire né sabotare". Dopo che si fu costituita, nell'ag. 1917, la frazione intransigente rivoluzionaria, ne fece accettare la piattaforma, quasi all'unanimità, dal VI congresso della FIGS (Firenze, 23-24 sett. 1917), dal quale fu nominato direttore dell'Avanguardia. Nella riunione della intera corrente di sinistra, tenuta a Firenze all'indomani di Caporetto, il 18 nov. 1917 sollecitò un'azione energica del PSI per imporre la pace immediata, nella prospettiva di una insurrezione.

Accolse con entusiasmo le notizie relative alla Rivoluzione russa di ottobre, in cui esaltò la prima rivolta vittoriosa delle masse contro la guerra, il metodo della conquista e della gestione violenta del potere - metodo esemplare proprio laddove procedeva «in senso opposto a taluni atteggiamenti tattici di Marx ed Engels, risultati erronei», giacché essi «attribuivano ancora una importanza eccessiva alla democrazia» (Gli insegnamenti della nuova storia, in Avanti!, 16 febbr. 1918) e soprattutto l'inizio della rivoluzione mondiale. Appena gli fu possibile, tentò di mettersi in contatto con il comitato centrale della III Internazionale, inviando ad esso due lettere, nel novembre del 1919 e nel gennaio del 1920, per informarlo sulla frazione che aveva cominciato ad aggregare intorno a sé nell'imminenza del XVI congresso del PSI (Bologna, 5-8 ott. 1919), e alla cui organizzazione aveva continuato a dedicarsi successivamente, dotandola di un organo di stampa settimanale, Il Soviet.
La frazione comunista astensionista, come essa si denominò, rifiutava le elezioni e il Parlamento come terreno di lotta politica in una fase storica giudicata prerivoluzionaria e sosteneva la necessità di concentrare tutte le energie del partito nella preparazione insurrezionale del proletariato. Con questo programma il B. mirava non al rinnovamento del PSI ma alla scissione, e in vista di tale obiettivo ottenne dal II congresso dell'Internazionale (Pietrogrado-Mosca, 19 luglio-7 ag. 1920), a cui partecipò, che fossero inasprite le condizioni di ammissione dei partiti comunisti nazionali, ma cedette a Lenin e a Bucharin sulla questione elettorale e parlamentare.

Tornato in Italia, cercò l'intesa con altre forze del PSI ostili ai riformisti e ai centristi di G.M. Serrati (FIGS, ordinovisti, massimalisti di sinistra), nel convegno di Milano (15 ott. 1920), dove egli rinunciò alla pregiudiziale astensionista, e nel convegno di Imola (28-29 nov. 1920). L'intesa fu raggiunta, a dispetto delle polemiche che avevano diviso in precedenza i diversi gruppi e che erano state particolarmente vivaci tra bordighiani e ordinovisti; infatti i primi avevano tacciato i secondi di localismo, di aziendalismo e soprattutto di incomprensione dei ruolo preminente riservato al partito nel processo rivoluzionario rispetto ai consigli operai.

La frazione comunista, pilotata dal B., affrontò il XVII congresso del PSI (Livorno, 15-21 genn. 1921) con una inflessibile determinazione scissionistica, avallata dai fiduciari dell'Internazionale comunista (Komintern) C. KabakĨiev e M. Rákosi; pertanto, pur avendo raccolto solo un terzo dei voti congressuali, essa abbandonò i vecchi compagni, riuniti nel teatro Goldoni, e si trasferì nel teatro S. Marco, dove procedette alla fondazione del Partito comunista d'Italia, sezione della III Internazionale (21 gennaio). Il nuovo partito che organizzava circa 40.000 iscritti (calati a 24.000 nel 1922, in seguito alla offensiva fascista) in strutture assai poco burocratizzate, accettava l'egemonia intellettuale e politica del B., considerandolo suo capo indiscusso, quantunque non formalizzasse il suo primato con una carica speciale. Fino al giugno del 1923 il PCd'I fu diretto da un comitato esecutivo di cinque membri - il B., R. Grieco, B. Fortichiari, L. Repossi, U. Terracini - tra i quali il solo Terracini, ex ordinovista, non era stato legato anteriormente al B., ma ora ne subiva il fascino. Energico, dotato di una prodigiosa capacità di lavoro, il B. "sapeva farsi amare" dai compagni (Berti, p. 143) ed era di indole molto più liberale e tollerante di quanto le sue invettive antilibertarie non lascino supporre, sicché il dibattito interno del partito, nonostante i tratti militareschi della organizzazione, risultò più franco e aperto durante la sua gestione che durante quella centrista successiva. Più tardi Gramsci deplorerà che nelle faccende disciplinari il B. fosse «molto indulgente, perché dà loro poca importanza» (Togliatti, p. 336).

II B. condensò la concezione su cui intendeva modellare il nuovo partito nello statuto approvato a Livorno e la riformulò, in maniera più articolata, nelle Tesi sulla tattica presentate, con Terracini, nel II congresso del PCd'I (Roma, 20-24 marzo 1922) e respinte dal Komintern. Con un'enfasi ignota a Marx e a Lenin, egli insisteva nel definire il partito come un organismo collettivo, prefigurante l'organicità perfetta della società comunista, e ne indicava il principio vivificatore nel programma, che prescriveva l'insurrezione armata e la dittatura proletaria quale strategia obbligatoria per conseguire le finalità massime, mentre limitava in anticipo il ventaglio delle mosse tattiche. Il B. attribuiva a Marx la formulazione di questo programma, che considerava invariabile nonostante il mutare delle situazioni storiche, ma in realtà esso scaturiva dalla sua interpretazione implacabilmente antidemocratica dei marxismo e dal suo disprezzo per la politica intesa come abilità manovriera. Dall'adesione volontaria al programma, nel cui ambito era lecita la più ampia libertà di discussione, derivava il senso di disciplina sostanziale degli iscritti e quindi l'efficienza dell'organizzazione, regolata da un centralismo che il B., a differenza dei bolscevichi, voleva organico invece che democratico; la democrazia, infatti, era per lui inorganica, cioè meccanica e quantitativa, come dimostrava il suo rito precipuo, il calcolo dei suffragi dopo le competizioni elettorali. La natura organica del partito comunista gli vietava alleanze e, a maggior ragione, fusioni con altri partiti o con porzioni di esse, fossero pure a base operaia. La proverbiale rigidità politica e il famigerato settarismo dei B. non dipendevano, dunque, da astratta mentalità matematica, come troppo spesso è stato ripetuto da quasi tutti i suoi avversari e da molti storici, ma, piuttosto, da un'attitudine biologizzante nell'analisi dei fenomeni sociali. Comunque la sua concezione del partito, in base alla quale egli richiedeva che si strutturasse la stessa Internazionale, lo predisponeva inevitabilmente allo scontro con Mosca.

A poche settimane dal congresso di Livorno, il declino delle speranze rivoluzionarie europee toccò il punto più basso nel fallimento della Märzakion in Sassonia e indusse il Komintern a sterzare verso destra e a lanciare le parole d'ordine dei «fronte unico» tra comunisti e socialisti e del «governo operaio». A queste nuove direttive il B. si oppose con caparbietà, mantenendo pressocché compatto tutto il partito fino al IV congresso del Komintern (5 novembre-5 dicembre 1922), che intimò al PCd'I di fondersi con il PSI, dal quale, in ottobre, erano stati espulsi i riformisti. Pressato dai più autorevoli dirigenti sovietici, tra i quali Lenin e Trockij, il B. si piegò in nome della disciplina, ma sollecitò la direzione del partito a dimettersi con lui, per lasciare alla esigua minoranza capeggiata da Tasca la responsabilità della fusione.

Al suo ritorno in Italia il B. fu arrestato il 3 febbr. 1923, nel corso di una vasta operazione di polizia che ridusse nelle carceri fasciste numerosi dirigenti e militanti comunisti, ma, caduta in istruttoria l'accusa di cospirazione contro lo Stato e durante il dibattimento quella di associazione a delinquere, venne scarcerato il 26 ottobre. Intanto, in giugno, senza tener conto delle dimissioni presentate dal comitato esecutivo del PCd'I, il Komintern nominava di autorità, a Mosca, un nuovo esecutivo «misto» nel quale erano inseriti due esponenti della minoranza di destra, Tasca e G. Vota, accanto a tre esponenti della maggioranza bordighiana, P. Togliatti, M. Scoccimarro e Fortichiari. Il B. reagì dimettendosi con Grieco anche dal comitato centrale del PCd'I, per essere più libero, come semplice militante, nella sua azione polemica; infatti tentò di diffondere un manifesto tra tutti i compagni. per informarli sui termini del contrasto con il Komintern, che egli accusava di puntare alla «liquidazione dei partito quale esso sorse a Livorno» (Il "Manifesto" di B., in Somai, La formazione…, p. 677), avendo modificato il proprio indirizzo non solo nella tattica ma «anche in materia di programma e di norme fondamentali organizzative» (ibid., p. 674).

Per combattere il B., la centrale sovietica si avvalse soprattutto di Gramsci, che durante il soggiorno a Mosca dal maggio del 1922 al dicembre del 1923, si era accostato ideologicamente a Zinov´ev, presidente dell'Internazionale. Da Vienna, dove risiedette dal dicembre del 1923 al maggio del 1924. Gramsci svolse un efficace lavoro epistolare che indusse quegli esponenti della maggioranza del PCd'I, come Togliatti, Terracini e Scoccimarro, che avevano condiviso con lui l'esperienza ordinovista a non sottoscrivere il manifesto del B., a staccarsi da lui e a formare una frazione di centro che assumesse la guida del partito per renderlo ossequente al Komintern.

Gramsci agiva cosi non solo per una scelta fin troppo realistica a favore di Mosca e contro l'ex capo dei suo partito, al quale si era allineato fedelmente fino al novembre del 1922 e con qualche titubanza fino al giugno del 1923, ma perché aveva maturato delle convinzioni che ormai lo opponevano a lui. La sua idea dei comunismo come modernizzazione era assai più vicina all'ideologia sovietica dello sviluppo che all'antiproduttivismo presente nella prospettiva escatologica del Bordiga. Gramsci indugiava sugli aspetti più arcaici della società italiana, comparabili alle condizioni della Russia prerivoluzionaria, mentre il B. ne sottolineava gli elementi di modernità e sosteneva che l'arretratezza russa aveva prodotto una tattica rivoluzionaria «estremarnente volontaristica e teatrale» (Togliatti, p.196), non esportabile nell'Occidente capitalisticamente maturo.

Anche nell'analisi delle origini e dell'ascesa al potere del fascismo, il primo privilegiava il peso dei ceti più arretrati del paese - piccola borghesia urbana e grande borghesia agraria -, il secondo poneva in evidenza la funzione del grande capitale industriale, commerciale e finanziario. Secondo il B., ma non secondo Gramsci, c'era una sostanziale continuità tra il periodo liberaldemocratico della storia italiana e il periodo fascista: nell'ottobre del 1922 non era avvenuto un colpo di Stato, ma la legalizzazione di uno stato di fatto favorito dai governi del dopoguerra. Se, a differenza del liberalismo, il fascismo non poteva esibire un suo specifico programma, avendo raccattato spezzoni ideologici, prima dall'estrema sinistra, poi dalla destra nazionalista e antisocialista, possedeva in compenso una poderosa organizzazione militare e politica, mediante la quale tentava, con successo, di unificare tutti i contrastanti interessi della borghesia, mobilitando i ceti medi a scopo controrivoluzionario. Democrazia e fascismo erano due forme distinte dei dominio borghese ma suscettibili di integrarsi sempre più sulla scena mondiale. Da questa impostazione teorica i cui momenti salienti furono i due rapporti dei B. al IV e al V congresso del Komintern, conseguiva una linea politica di netta autonomia del partito comunista, laddove Gramsci non osteggiava pregiudizialmente i contatti con forze democratiche antifasciste.

Mentre si andava coagulando il gruppo di centro, che in un paio d'anni gli avrebbe sottratto ogni influenza nel PCd'I, il B. assunse un atteggiamento di singolare passività, non solo perché ignorava la trama tessuta da Gramsci in un carteggio segreto, ma soprattutto perché era alienissimo dalla politica intesa come intrigo e manovra, puntando sulla efficacia di una leale discussione per chiarire i dissensi, e inoltre perché vedeva nella questione comunista italiana un riflesso di quella internazionale. Nel primo semestre del 1924, spogliatosi di ogni carica nel partito e in conflitto con gli organi dirigenti anche per aver rifiutato ostinatamente di candidarsi nelle elezioni di aprile, benché poi partecipasse alla campagna elettorale, egli si concesse una pausa di riflessione sulla rivista Prometeo, che uscì a Napoli da gennaio a luglio. Qui il B. pubblicò, tra l'altro, un lungo articolo nel quale rivelava una insolita apertura verso alcuni strati intermedi, guardando con simpatia alle potenzialità antifasciste in essi racchiuse (Il movimento dannunziano, pp. 3-8, 19-38) e riprodusse il discorso commemorativo tenuto alla Casa del popolo di Roma, il 24 febbraio, in occasione della morte di Lenin (Lenin nel cammino della rivoluzione, pp. 47-60).

Dal profilo biografico del capo bolscevico il B. faceva emergere il suo idealtipo di capo rivoluzionario: Lenin non era, per lui, il maestro di flessibilità e di spregiudicatezza tattiche, cosi ammirate nelle file dei Komintern, ma il restauratore teorico e il realizzatore, immune da propensioni democratiche, del programma politico comunista, riassumibile nel principio della dittatura proletaria. Quanto alla costruzione economica dei socialismo, la grandezza di Lenin stava nell'averla avviata, varando la NEP, in modo realistico, cioè con la lentezza e la gradualità inevitabili in un paese prevalentemente precapitalistico.

La prima verifica del lavorio di Gramsci all'interno del PCd'I si ebbe nel convegno, a carattere consultivo, che si tenne clandestinamente a Como, alla metà di maggio del 1924, tra sessantasette dirigenti (membri del comitato centrale e del comitato esecutivo, segretari di federazione, segretari interregionali) e nel quale la neonata frazione di centro fu clamorosamente battuta dalla sinistra del B., anzi riscosse minori consensi della destra di Tasca. Tuttavia il V congresso del Komintern (Mosca, 17 giugno-8 luglio 1924), in cui Bucharin attaccò a fondo il B., coniando il termine "bordighismo" per indicare una deviazione rispetto al leninismo, escluse dal comitato centrale e dall'esecutivo del PCd'l i bordighiani, i quali, dal canto loro, erano sempre riluttanti ad accettare la corresponsabilità di una linea politica che non condividevano. Il B. accettò, invece, il posto offertogli nell'esecutivo del Komintern (che in precedenza aveva rifiutato) per non rompere i legami internazionali.
La crisi seguita al delitto Matteotti allargò la frattura tra il centro e la sinistra nel PCd'I. Geloso dell'indipendenza del partito, il B. ne disapprovò la partecipazione all'Aventino e la proposta dell'Antiparlamento, scontrandosi con Gramsci, nominato segretario generale nell'agosto del 1924, il quale cominciava a elaborare una strategia più sensibile alle istanze contadine e piccoloborghesi. Ma il dissenso era sempre meno tollerato nel PCd'I, dopo che il V congresso del Komintern aveva deciso di bolscevizzare i partiti aderenti, cioè di ristrutturarli sul modello di quello russo, irreggimentandoli in una asfissiante disciplina. Comunque i provvedimenti adottati dalla centrale italiana contro la sinistra - come la soppressione, in agosto, di Prometeo, perché si sospettava che aleggiasse intorno ad esso uno spirito frazionistico che, in verità, il B. si guardava bene dall'alimentare - non le avevano fatto perdere, ancora in ottobre, la maggioranza tra i funzionari del partito, secondo quanto riferiva Togliatti al Komintern (Humbert-Droz, p. 198).

In quello stesso mese esplose il contrasto fra Trockij e la trojka (Zinov´ev, Kamenev, Stalin), ai cui occhi si profilò il pericolo che l'opposizione russa si potesse saldare con un'opposizione europea capeggiata dal Bordiga. Questi, che aveva sempre affrontato i massimi dirigenti sovietici, compreso Lenin, da pari a pari, non aveva celato in passato le sue divergenze con Trockij, specialmente sul fronte unico, ma nutriva per lui una stima contraccambiata, e in un articolo inviato all'Unità l'8 febbr. 1925 (La quistione Trotsky, la cui pubblicazione fu differita dall'esecutivo del PCd'I fino al 4 luglio) manifestò il suo consenso alle critiche mosse dal «secondo dei bolscevichi» al comportamento del Komintern nelle vicende tedesche dell'ottobre 1923. Equiparato sbrigativamente al trockismo, il bordighismo fu sottoposto, nella primavera del 1925, all'offensiva della direzione gramsciana fiancheggiata dal Komintern. La sinistra costituì allora un comitato di intesa, di cui annunciò ufficialmente la nascita il 1° giugno e al quale il B. aderì in seguito, senza mostrare fiducia nell'iniziativa. Anzi, quando la centrale, dopo aver ripetutamente colpito il comitato di intesa con misure vessatorie, ne decretò lo scioglimento, accusandolo di frazionismo e minacciando l'espulsione dei promotori, egli si adoperò affinché essi obbedissero all'intimazione (18 luglio).

Il contegno del B., che appariva rinunciatario a molti dei suoi, sottintendeva un disegno di ampio respiro, quantunque intriso di pessimismo: egli aveva scelto, già da tempo, come terreno di lotta, quello internazionale, essendo convinto che la involuzione del PCd'I fosse una conseguenza della involuzione dei Komintern, e che questa a sua volta fosse imputabile allo stato dei rapporti di forza tra le classi su scala mondiale. Secondo il determinismo bordighiano, al quale non era estranea una certa dose di fatalismo, nessuno sforzo soggettivo poteva modificare le condizioni storiche. Perciò egli era restio a promuovere una frazione anche nell'ambito del Komintern, giudicando praticabile unicamente un'azione di critica e di stimolo intellettuale, nell'attesa che la rivoluzione nell'Europa occidentale e centrale sottraesse alla Russia il controllo dei movimento rivoluzionario internazionale. Benché avesse sempre davanti agli occhi la visione dei fini ultimi, il B. era dopotutto «un uomo pratico, non un Donchisciotte», come osservava Gramsci (Togliatti, p. 336).

Nella seconda metà del 1925, la centrale italiana, sempre con l'appoggio di quella sovietica, intensificò l'offensiva contro la sinistra, con l'obiettivo di riportare una vittoria schiacciante su di essa nel prossimo congresso. Rafforzata dalla nuova leva di militanti, reclutati nell'estate del 1924, e dalla riorganizzazione bolscevizzatrice del partito sulla base di cellule, cui si connetteva l'incremento dei funzionarismo, essa ricorse sistematicamente a espedienti «amministrativi» per scalzare gli oppositori dalle residue posizioni di potere, modificando d'autorità gli organi direttivi delle federazioni infedeli e manipolando i congressi federali che si svolsero tra il novembre del 1925 e il gennaio del 1926. Il completo controllo della stampa di partito le consentì, inoltre, di scatenare una virulenta campagna antibordighiana, che puntava sui toni. demagogici e personalistici, mentre trascurava deliberatamente le argomentazioni politiche.

Grazie a questa preparazione e più ancora alla mutata fisionomia del partito, il III congresso del PCd'I (Lione, 20-26 genn. 1926) sancì il ribaltamento della conferenza di Como e dei congressi provinciali tenuti nell'autunno del 1924: la sinistra non raccolse neanche il 10% dei voti, risultato che certamente non rappresentava la forza reale che essa conservava nel partito. Nel progetto di tesi presentato a Lione il B. ribadì i suoi punti di vista dottrinali, programmatici, tattici, e tracciò il consuntivo dell'esperienza storica accumulata dal proprio gruppo nel PSI, nel PCd'I e nell'Internazionale, rivendicandone l'originalità e la coerenza, contro la confusione ideologica e gli ondeggiamenti politici del gruppo gramsciano, a cui rinfacciava la matrice filosofica idealistica.

Alla disfatta nel PCd'I seguì, per il B., la liquidazione nel movimento comunista mondiale, sul quale cominciava ad allungarsi l'ombra minacciosa di Stalin. Egli, infatti, si trovò completamente isolato nella VI sessione allargata dell'esecutivo del Komintern (Mosca, 17 febbraio-15 marzo 1926), dove condusse la sua estrema e disperata battaglia internazionale, animando con i suoi interventi un dibattito circospetto e allusivo e votando contro tutte le risoluzioni. Dopo un lungo abboccamento con Trockij, affrontò Stalin in un drammatico contraddittorio, nel corso di una riunione della delegazione italiana (22 febbraio), e lo provocò fino a fargli perdere il controllo di sé, sulle prospettive del socialismo in URSS e sulle incertezze del futuro dittatore alla vigilia della Rivoluzione di ottobre. Il giorno seguente pronunciò davanti all'assemblea plenaria un celebre discorso, durato quattro ore, che restò l'ultima espressione di aperto dissenso all'interno del Komintern: il B. investì frontalmente la linea della bolscevizzazione, sia per la pretesa di trasferire artificialmente in Occidente il modello rivoluzionario del 1917, sia per il regime di terrore ideologico instaurato nell'Internazionale e nelle sue sezioni nazionali, e contestò al partito russo il monopolio della direzione del Komintern, anzi sostenne che il Komintern, sorretto dalle esperienze della classe operaia occidentale, doveva prendersi cura delle lacerazioni interne al partito russo.

Tuttavia egli persisteva nel giudicare inopportuna una aggregazione internazionale dei gruppi di sinistra, i quali del resto gli apparivano poco omogenei, perché essa avrebbe comportato l'imputazione di frazionismo e la conseguente espulsione dal Komintern; misura a cui il B. voleva sfuggire a tutti i costi, tranne quello dell'esercizio della critica. In questi termini scrisse a K. Korsch, in una lettera inviata da Napoli il 28 ott. 1926 (e riprodotta in Montaldi, 1976, pp. 45-52).

Arrestato a Napoli il 20 novembre e confinato prima a Ustica, dove visse in cordiale dimestichezza con Gramsci per circa un mese, poi a Ponza, venne liberato alla fine del 1929. Poiché durante il confino aveva espresso la sua solidarietà a Trockij - che egli si compiaceva di trovare finalmente «rallié alla sua posizione», secondo un'informazione di Grieco (Spriano, 1969, p.255) -, venne espulso dal PCd'I nel marzo del 1930.

Da allora, per un quindicennio, sul quale la documentazione è pressoché inesistente, si astenne scrupolosamente dalla politica. Da Napoli, dove esercitava la professione di ingegnere, non sembra che allacciasse contatti con i suoi seguaci fuorusciti, i quali avevano dato vita in Francia, nell'aprile del 1928, alla frazione di sinistra del PCd'I. Felice dei suo isolamento e risoluto a custodire la propria fede, secondo una singolare testimonianza autobiografica (Livorsi, p. 366), si dedicò verosimilmente a severi studi sull'opera di Marx e sulla letteratura critica relativa.

Infatti, quando riprese, nel 1945, l'attività pubblicistica, esibì una sicura e perfino sofisticata competenza marxologica in una imponente mole di scritti, pubblicati tutti anonimi o sotto pseudonimi. Sempre più ostile a qualsiasi manifestazione di individualismo e di protagonismo, non intendeva esprimere nei propri testi opinioni originali, ma riformulare una dottrina che egli giudicava immodificabile nella sua essenza. Con puntigliosa regolarità asseriva di limitarsi a ristabilire l'autentica lezione marxiana, corrotta da interpretazioni abusive, perlopiù sedicenti marxiste; invece innovò il lascito di Marx con estro creativo, pur rispettandone le più peculiari strutture concettuali.

Non si iscrisse al minuscolo Partito comunista internazionalista, che i bordighiani raggruppati intorno a 0. Damen e B. Maffi. avevano fondato nel 1942, ma lo orientò ideologicamente con gli articoli apparsi sulla rivista mensile Prometeo, dal 1945 al 1952, e sul quindicinale Battaglia comunista, sotto la rubrica "Sul filo del tempo", dal 1946 al 1952. L'odio inesausto per la democrazia, che durante la guerra lo aveva spinto ad auspicare la vittoria tedesca sulla Gran Bretagna, roccaforte dei capitalismo europeo, si esprimeva ora negli acri sarcasmi contro l'egemonia mondiale degli USA e contro le nuove istituzioni dell'Italia repubblicana, le loro radici nell'antifascismo e nella Resistenza e i partiti che le sostenevano, a cominciare dal "partitone" di Togliatti.
Dopo la scissione, avvenuta nel 1952, della corrente di Damen, più proclive alla prassi politica, il B. entrò nel Partito comunista internazionalista ulteriormente rimpicciolito e lo impegnò in un lavoro quasi esclusivamente teorico, i cui risultati apparvero sul quindicinale Il Programma comunista. Su questo periodico, dal titolo squisitamente bordighiano, che cominciò a uscire a Milano nell'ottobre del 1952, egli continuò, fino al 1955, la serie "Sul filo del tempo", e pubblicò, fino al 1966, insieme con altri numerosi articoli di svariato argomento, le sue relazioni alle riunioni del partito, nelle quali rendeva conto delle sue ricerche più importanti.

Il problema che, più di ogni altro, tormentò il B. nel dopoguerra fu il fallimento della rivoluzione russa, che coinvolgeva i modelli di socialismo e di capitalismo prevalenti nella tradizione marxista. Dopo qualche esitazione, visibile in La Russia sovietica dalla rivoluzione ad oggi (Prometeo, s. 1, I [1946], pp. 24-38) e in un carteggio con Damen (ibid., s. 2, V [1952], pp. 7-23), nel definire il sistema socio-economico dell'URSS ne affermò con risolutezza la natura capitalistica in una complessa indagine pubblicata sul Programma comunista tra il 1955 e il 1957 (ora in Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, Milano 1976), di cui è stata raramente riconosciuta la rilevanza «eccezionale» (Galli, p. 138; ma vedi Grilli). Non si poteva parlare di socialismo, secondo il B., in una società dove continuavano a funzionare le categorie capitalistiche della merce, del denaro, del salario, della impresa. Egli negava, da una parte, che il capitale, inteso come dominio anonimo sul lavoro sociale, potesse identificarsi con la proprietà privata (Proprietà e capitale, Firenze 1980, già pubblicato in Prometeo tra il 1948 e il 1952), dall'altra, che il socialismo potesse identificarsi con la statizzazione dei mezzi di produzione.

Secondo una formula leniniana, promossa dal B. a decisivo strumento di interpretazione storica, la rivoluzione bolscevica era stata «doppia»: comunista, dal punto di vista politico, cioè programmatico, in quanto aveva instaurato la dittatura del partito comunista; borghese, dal punto di vista economico, in quanto aveva impresso un potente impulso al decollo del capitalismo in un'area attardata. Poiché non era seguita in tempi brevi una rivoluzione «pura», cioè integralmente comunista, nei paesi industrialmente avanzati dell'Europa occidentale, il significato politico dell'ottobre rosso era destinato a dissolversi nella espansione economica dell'URSS. Peraltro il B. non riteneva possibile determinare sociologicamente la classe capitalistica sovietica, poiché nell'intero sistema mondiale il capitale non si personificava più in una classe sociale dai contorni precisi, quale era stata la borghesia, ma agiva ormai attraverso una rete impersonale di interessi che si dilatava intorno all'impresa. Improponibile poi gli appariva la identificazione della classe dominante in Russia con la burocrazia, secondo una linea interpretativa che risaliva a Trockij, poiché la burocrazia non costituiva, per lui, nemmeno una classe in senso marxiano.

Nella sua esplorazione del mondo sovietico, il B. teneva sempre ben fermo, quale termine di confronto ideale, un modello di comunismo dai classici connotati utopici, come società liberata dal lavoro e dalla politica, omogenea e ludica, nella quale rifiorisse l'età aurea delle comunità primitive. Infatti, mentre rifiutava in blocco la civiltà moderna, confessava la sua «larga simpatia per i tempi dei matriarcato» (Superuomo, ammosciati!, in Il Programma comunista, 16 apr. 1953). L'altra faccia dell'utopismo era l'aspettativa apocalittica, presente soprattutto in un ampio studio sul capitalismo mondiale (Il corso del capitalismo mondiale nella esperienza storica e nella dottrina di Marx, ibid., tra il 28 ag. 1957 e il 28 apr. 1959), al quale preconizzava la catastrofe mortale per il 1975, sulla base di ardue elaborazioni statistiche che miravano a verificare la legge marxiana della caduta tendenziale del saggio del profitto.

Questa altissima tensione visionaria - che gli dettò la definizione dei marxismo come «ultima delle mistiche» (La struttura economica e sociale della Russia e la tappa del suo trasformismo involutivo al XXI congresso, ibid., 16-30 ott. 1959) - combinata con una inflessibile renitenza ad ogni compromesso politico e morale, trascinò il B., dopo il 1926, ai margini della storia dei movimento operaio, del socialismo e dello stesso marxismo, ma gli, riserva un posto di rilievo nella tradizione di quei «sognatori della fiammante Utopia» ai quali egli rese un commosso omaggio (Esploratori nel domani, in Battaglia comunista, 20 marzo 1952).

Il B. morì a Formia (Latina) il 23 luglio 1970.

Luigi Agnello

 

Da: Dizionario biografico degli italiani (vol.34, pp. 487-495), Roma, Istituto della enciclopedia Italiana, 1988