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archivio > Archivio sulla sinistra>La repubblica รจ fondata sul lavoro (il programma comunista, n. 2, 1956)

aggiornato al: 16/12/2010

il programma comunista, n. 2, 20 gennaio - 3 febbraio 1956

Un bell'articolo della metà degli anni cinquanta nel quale, prendendo spunto da un fatto di cronaca e cioè dall'assassinio di un giovane bracciante, Rocco Girasole, il 13 gennaio 1956 a Venosa, si ribadiscono con semplicità, leggerezza e linearità chiodi, macigni, per chi si batte sulle posizioni del comunismo.

 

La repubblica è fondata sul lavoro

 

I nostri legislatori, ai quali non abbiamo mai dato né daremo un voto di buona condotta, hanno avuto però un lampo di genio quando, nello stendere gli articoli della Repubblica italiana hanno cominciato con la «storica» frase: «»La Repubblica italiana è fondata sul lavoro . E' esatto: ogni Stato capitalista si fonda sul lavoro, né si può fondare su altro: i suoi piedi riposano sulle spalle dei lavoratori, dei produttori di plusvalore. E' questa la fonte dell'esistenza del capitale; guai se, un bel giorno, la base sfuggisse e il colosso rimanesse senza la linfa di cui si alimenta. In quel primo articolo, i legislatori hanno ribadito l'esistenza di una dominazione di classe: i proletari sotto, lo Stato sopra.

I luttuosi fatti di Venosa, con cui, dopo tante alte concioni di Capodanno, si è iniziato il 1956 italico, hanno risvegliato i proletari alla coscienza di questa realtà. I braccianti agricoli non hanno altra ricchezza che le proprie braccia, come i salariati industriali: essi sono l' oggetto sul quale si esercita il dominio di classe. Si muovono perché non hanno da mangiare? Lo Stato che poggia sulle loro spalle risponde con la violenza. Sia questo Stato organizzato in forma monarchica o repubblicana, fascista o democratica, la reazione è sempre la stessa.

La polemica che ne è sorta gira intorno all'episodio, perché tutte le forze dello Stato hanno interesse a circoscriverlo. Si discute chi sia stato il primo a sparare, il primo a lanciare un sasso; di chi, insomma, sia stata la «colpa». E, naturalmente, ognuno scarica e può scaricare il fardello sulle spalle dell'altro. Ma il problema non è questo. Più volte abbiamo riferito le cifre che la stessa classe dominante fornisce sulle condizioni dei braccianti agricoli, specialmente dell'Italia meridionale: lavorano sì e no un terzo dell'anno, hanno un reddito medio con cui sì e no si può vivere di pane e fagioli. In queste condizioni, non è da stupirsi che episodi simili si verifichino; sarebbe da stupirsi che non si verificassero. Che cosa possono, per alleviare condizioni così paurose, le cosiddette provvidenze dei «cantieri» ed altre finte elemosine, con cui lo Stato, dandosi l'aria di essere generoso, costruisce strade o rimbosca le colline spoglie distribuendo ai lavoratori un salario di gran lunga inferiore a quello che dovrebbe esborsare in condizioni normali? O le vantate riforme agrarie che rendono i contadini padroni di un pezzo di terra grama e servi dello strozzino che presta loro i capitali per lavorarlo? E che rimedio può essere l'invio di commissioni d'inchiesta, magari con la partecipazione di lavoratori, come, inserendosi nel gioco, con una fraseologia super-progressista (oggi siamo in gara a chi «va più verso il popolo»), ha proposto l'organo vaticano? La classe dominante potrà accertare responsabilità locali: non può giudicare e condannare se stessa nel suo insieme. Ed è proprio questo insieme che non regge. A Venosa ci sono stati dei morti: ma episodi analoghi sono avvenuti subito dopo in provincia di Taranto; il fatto non cambia perché non si è sparato; il fatto è generale e non è di oggi, è di ieri e dell'altro ieri, è connesso all'esistenza di un regime di sfruttamento della forza-lavoro. Che lo Stato spari o, più intelligentemente distribuisca delle briciole, è la stessa cosa: le condizioni rimangono e, nell'uno e nell'altro caso, l'organo di amministrazione della società borghese cerca di perpetuarle, d'impedire che mutino.

Ma la classe operaia, pur nei suoi periodici sussulti, è ingabbiata nelle organizzazioni del compromesso: è quindi legata mani e piedi a questa società di sfruttamento. Si riunirà prossimamente il congresso della C.G.I.L. Trotzkisti e oppositori di «Azione Comunista» invocano un cambio di personale dirigente. Il problema non è di uomini: è di programmi. Ed è un problema che investe tutto il movimento operaio internazionale. La questione dei braccianti agricoli non si risolve con riforme di struttura, con pannicelli caldi o freschi, con inchieste e destituzioni di funzionari: è il problema dell'esistenza o no della società capitalistica, è tutt'uno col problema della rivoluzione proletaria, con lo scardinamento dell'intero apparato politico della classe borghese e dell'edificazione della dittatura della classe operaia. La sua arena non è il parlamento, i suoi mezzi non sono gli accordi fra partiti e i mezzucci tattici per carpire un seggio a Montecitorio o una poltrona al Viminale; ma la ripresa della lotta di classe sotto la guida del partito di classe.

 

il programma comunista, n. 2, 20 gennaio - 3 febbraio 1956