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archivio > Archivio sulla sinistra>La monarchia รจ morta: la repubblica borghese ... (battaglia comunista, n. 19, 15 - 22 giugno 1946)

aggiornato al: 19/01/2010

battaglia comunista, n. 19, 1946

Abbastanza spesso, andando più o meno indietro con gli anni, ci piace riproporre qualche vecchio articolo della nostra stampa. Questo del 1946 si riferisce alla caduta della monarchia e alla vittoria della repubblica.

Nessuna abilità di indovino nell'aver saputo pronosticare nell'una la continuità dell'altra; per questo era più che sufficiente un minimo maneggio del marxismo che certo non mancava nei redattori del giornale di allora.

 

 

La monarchia è morta: la repubblica borghese ne continuerà degnamente le tradizioni

 

La monarchia è stata sbalzata via come responsabile del fascismo: la presidenza della repubblica passerà a un Orlando, o a un Nitti, o ad un Bonomi, su cui pesa una responsabilità non minore nella preparazione del 28 ottobre 1922.

E' venuta la costituente, questa famosa costituente che dovrebbe risolvere il problema sociale italiano e la cui preparazione giustificava, secondo gli opportunisti, l'abbandono della lotta di classe e dei principi fondamentali della politica comunista. E' una costituente che poggia sulla granitica base di Santa Madre Chiesa, fiancheggiata da un nucleo di destra pronto a fare quello che ha sempre fatto e da un nucleo di sinistra prontissimo a genuflettersi davanti agli istituti della proprietà, della religione, della democrazia.

Con una monarchia putrefatta che si afferra disperatamente ad un simulacro di potere, ricorrendo ai cavilli giuridici e alle squadracce dei manganellatori per difendere i suoi «diritti storici», e con una repubblica che ne eredita il personale di governo e le funzioni, la borghesia italiana ha voluto dare al proletariato un altro edificante spettacolo di se stessa.

 

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Se, come per gli altri partiti, la vita politica si risolvesse anche per noi nel difendere miserandi interessi di bottega e nel cercare la vittoria nelle disgrazie e nelle meschinerie altrui, potremmo ridere della retorica a un tempo gonfia e stentata con cui vincitori e vinti cercano di presentare come «rivoluzione» un banalissimo cambio della guardia; dei pianti isterici di una parte per il melanconico tramonto della monarchia sabauda, e delle «storiche» telefonate notturne intercorse d'altro lato fra i molti padri di una rachitica repubblica dura a nascere; della corsa affannosa al traguardo iniziatasi fra i partiti maggiori, ciascuno rivendicante la propria vittoria e il diritto storico alla fetta più grossa di torta; delle polemichette da comari fra «sinistre» e democrazia cristiana sulla lealtà della fede repubblicana di quest'ultima, e fra centristi e socialisti sulle colpe di un sostanziale insuccesso; sul ritorno a galla, in veste di candidati alla presidenza, dei più vecchi arnesi di un'Italia che fu e che, nella demagogia del momento, sarebbe stata seppellita d'un colpo sotto una valanga di schede; delle autocandidature di questo o di quell'altro capopartito in fregola presidenziale; del gioco di contestazioni e di rinvii a cui ci ha fatto assistere questa «primavera della patria», gonfia di tutta la retorica rievocatrice di cui il Risorgimento ci ha lasciato eredi per la nostra comune disgrazia.

Se credessimo ancora agli «errori» della sinistra e alla loro fondamentale diversità dalle destre, potremmo anche ridere della sublime sapienza tattica di quei maestri del riformismo che, in un anno di strategia machiavellica, hanno ottenuto di veder passare all'avanguardia dell'Italia democratica le papaline legioni della Democrazia cristiana, riprender vigore le tradizionali forze conservatrici spalleggiate da quella quintessenza di virtù borghesi che è il qualunquismo, una monarchia logora e imputridita soccombere per poco al verdetto delle urne, ed prospettarsi, infine, un ennesimo governo di coalizione fra uomini e partiti che si son detti fino all'ultimo peste e corna, attribuendosi a vicenda il titolo di fascisti.

Di tutto questo e di altro potremmo ridere, se non c'interessasse piuttosto di tirare le somme di questa nuova esperienza borghese subita dal proletariato e indicare alle forze operaie la via della ripresa dopo lo smarrimento - ancora in atto, purtroppo - di questi ultimi anni di fatale rinuncia alle posizioni di classe. Ma, per tirare queste somme, occorre sbarazzare preventivamente il terreno dalle false impostazioni critiche che viziano l'analisi degli avvenimenti trascorsi. Quello che è avvenuto - la nascita di una Costituente a sfondo cattolico apostolico romano; la nascita parallela di una repubblica semimonarchica - non può essere identificato con una sconfitta delle forze operaie, rappresentate (nell'ingenua mitologia popolare e giornalistica) nei partiti «proletari» contro lo schieramento più o meno compatto di forze borghesi. Il successo delle forze tradizionalmente conservatrici (in Italia come, in misura meno trionfale, in Francia) non è la risultante di una lotta che abbia avuto per protagonisti due classi e per oggetto il trionfo dell'una sull'altra. La sconfitta proletaria non sta nel fatto che i partiti di Nenni e di Togliatti entrino a Montecitorio minorati di fronte ai tradizionali partiti dell'ordine e pronti a collaborare con tutta la gamma di questi partiti pur di non lasciarsi sfuggire il pacchetto di azioni che ancora detengono nel consiglio di amministrazione della democrazia borghese; la vera sconfitta proletaria va cercata se mai nel fatto opposto, che cioè questi partiti della ricostruzione capitalistica e della collaborazione fra le classi, questi partiti della più sfacciata sinistra borghese, siano ancora riusciti ad ottenere milioni di voti proletari e a mobilitare intorno alle loro insegne bugiarde l'enorme maggioranza della classe lavoratrice. I proletari che di fronte all'esito delle elezioni, si guardano negli occhi delusi e, umilmente, sono costretti a dar ragione alla diagnosi che della situazione la sinistra comunista aveva tempestivamente fatto, ritroveranno perciò la via  della loro riscossa non il giorno in cui riconosceranno gli « errori» dei partiti di sinistra, ma il giorno in cui capiranno che questi partiti hanno fatto semplicemente quello che era nella loro missione storica di partiti della sinistra borghese e che non meritavano un solo voto proletario più che non ne meritassero i partiti di Giannini, di Croce o di Selvaggi.

Le sinistre hanno fatto, in definitiva, né più né meno di quello che la storia della società capitalistica ha sempre fatto far loro, hanno sfruttato la propria gigantesca presa sulle masse per riassorbire nel letto della legalità democratica l'urto delle classi, hanno dato mano alla ristabilizzazione borghese nel momento più critico dello sfasciamento dello Stato dopo il clamoroso crollo dell'armamentario fascista e, infine, hanno consegnato ai direttori d'orchestra del capitalismo la macchina ricostruita dello Stato. E' finito con ciò il loro compito, la loro missione controrivoluzionaria? Affatto. Alla società borghese la loro sapienza di medici curanti è ancora e per lungo tempo, necessaria: sono ancora essi a dare il tono alla democrazia, sono ancora essi, in nome delle «forze del lavoro», a dar consistenza alla politica della ricostruzione nazionale e della concordia fra le classi, il loro appoggio è tuttora una necessità vitale per questa società capitalista che può reggere al terribile urto della guerra e delle conseguenze  della guerra alla sola condizione di impegnare il proletariato a sacrificare se stesso, le sue rivendicazioni immediate, il suo compito storico, la sua battaglia rivoluzionaria, al pacifico, normale funzionamento della macchina produttiva capitalista. E il proletariato li vedrà ancora per lungo tempo al potere, questi predicatori della pace sociale e dell'aumento della produzione, questi firmatari dello sblocco dei licenziamenti, questi adulatori della chiesa e delle «tradizioni religiose» del popolo italiano, questi ossequienti rinnegatori della lotta di classe: li vedrà ancora per lungo tempo «difendere gli interessi operai» in sempre più conservatori governi borghesi, far da galoppini alla propaganda per la ricostruzione, legittimare tutto - dai sacrifici imposti ai lavoratori alla trionfale ricostruzione dell'armamentario repressivo dello Stato, dal salvataggio dei peggiori responsabili del fascismo al pacifico ritorno dei grandi industriali alla direzione dei trust e al comando dell'economia nazionale - con le pretese necessità del momento e, magari, con una nuova teoria della rivoluzione per gradi.

I proletari capiranno quello che è la premessa essenziale della ripresa rivoluzionaria, che cioè sinistre e destre sono sorelle e che, dietro questo frastuono di polemiche fra repubblicani e monarchici, fra «reazionari» e «progressisti», non c'è che il vuoto, la retorica, la necessità di far credere alla massa operaia che il suo destino si giuochi sul terreno delle competizioni fra i partiti di governo? Capiranno che la soluzione dei loro problemi non è affidata alla vittoria di Nenni e di Togliatti su De Gasperi o Bonomi o Giannini, ma alla liquidazione definitiva di tutte queste comparse borghesi sotto i colpi di maglio della riscossa proletaria? Capiranno che il giorno in cui i registi della società capitalistica dovesse mettere alla porta i suoi servi sciocchi «di sinistra» (cosa che, del resto, non farà mai, perchè ne avrà sempre bisogno), il proletariato non dovrà versare una sola lacrima sul loro tramonto e dovrà soltanto rammaricarsi di non averli liquidati lui insieme con gli altri?

Siamo troppo abituati ad analizzare i fatti storici con lo spietato metodo marxista - questo metodo che ci ha permesso di prevedere con matematica esattezza quello che sarebbe avvenuto in trent'anni di lotta rivoluzionaria - per credere che il processo di smascheramento degli ideali volga alla fine. L'eredità di troppe sconfitte e di troppi smarrimenti pesa sul proletariato. I prossimi mesi vedranno un rafforzamento della compagine borghese attorno alla repubblica democratico-parlamentare, ma, appunto in virtù di questo rafforzamento e della ripresa del meccanismo generale della società capitalistica, vedranno anche riaprirsi gli insanabili conflitti sociali che quella società cova nel suo seno. Il compito dell'avanguardia rivoluzionaria sarà di approfondire la sua spietata critica del capitalismo, dell'opportunismo, del filisteismo, e di saldarsi organicamente con questa ripresa proletaria. La repubblica avrà dato il cambio alla monarchia nell'esercizio della difesa di classe della borghesia contro le forze espresse dalla sua crisi: il capitalismo avrà trovato nell'armamentario ex-monarchico ed ora repubblicano le forze operanti della sua conservazione; il proletariato continuerà a trovarsi di fronte sotto l'etichetta che la Costituente avrà finalmente inventato per il regime nuovo, lo stesso nemico, gli stessi problemi di vita, gli stessi sgherri mobilitati per impedirgli di risolverli radicalmente. La lotta proletaria non avrà cambiato obiettivo. Ma, accanto alla rinnovata stabilizzazione borghese, la dialettica delle forze storiche avrà maturato i quadri del partito di classe, e le forze della conservazione, compatte nella loro fittizia suddivisione in destra, centro e sinistra, avranno di contro le forze operanti della rivoluzione proletaria. Sulla scia di questo faticoso processo ci muoviamo noi, sempre più vicini al bivio storico che farà delle posizioni di battaglia dell'avanguardia e dei problemi obiettivi di tutta la classe una cosa sola.

 

Battaglia Comunista, n. 19, Milano 15-22 giugno 1946