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archivio > Archivio sulla sinistra>L'ora รจ dei baciapile, Pugno proletario e aspersorio pontificio (il p.c. n. 12, 1963)

aggiornato al: 04/04/2009

il programma comunista, n. 12, 12 - 26 giugno 1963

Riproponiamo due articoli comparsi sullo stesso numero del giornale, nel 1963, alla morte di Giovanni XXIII  (Angelo Giuseppe Roncalli); questo papa  fu poi beatificato da Giovanni Paolo II nel 2000: tra papi questi piaceri si possono fare.

Gli articoli son ancora attuali perché il titolo del primo  L'ora è dei baciapile è ampiamente confermato anche oggi, e l'aspersorio pontificio a cui si riferisce il secondo domina imperterrito: ahinoi! quello che manca è il  pugno proletario su cui però noi contiamo ancora.

Buona lettura!

 

 

L'ora è dei baciapile

 

Roma papalina può ben celebrare un trionfo, oggi che, per la morte di uno dei suoi reggitori, mettono il lutto e levano al cielo le mani angosciate non soltanto i borghesi, che hanno cessato da tempo di proclamarsi nemici implacabili della sua potenza terrena e della sua visione ultramondana della vita: non soltanto le plebi diseredate alle quali più nessuno ricorda nelle parole di Marx che «la religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione senza spirito: l'oppio del popolo»; ma gli stessi partiti che si dicono operai e i dirigenti di Stati che si proclamano sfacciatamente «comunisti». Sul tavolo dei porporati, ai telegrammi dei rappresentanti ufficiali della proprietà e del capitale si mescolano in questi giorni i messaggi di deputati e senatori di «estrema sinistra», di Krusciov e del metropolita di tutte le Russie, di Gomulka e di parlamentari polacchi e cecoslovacchi e bulgari, mentre l'erede della Confederazione Generale del Lavoro di men vile memoria e i bonzi sindacali tanto solleciti della produttività nazionale  invitano gli operai a sospendere per dieci minuti il lavoro perché è morto, oh sciagura, il pontefice!

Suonate, campane di Roma, suonate a distesa! Gli ideologhi della borghesia rivoluzionaria proclamarono «la lotta contro la religione»: i loro nipoti corrono in chiesa e abbracciano l'altare. Il giovane proletariato rivoluzionario dichiarò «lotta al mondo del quale la religione è l'aroma spirituale»: i suoi degeneri partiti di massa si accontentano di rabberciare quel mondo, e trovano compatibili la mitria e la bandiera rossa.

E' un trionfo tanto più completo, quanto meno sudato. Non la Chiesa è «venuta incontro», come si dice, agli avversari di un tempo; sono questi che si sono ignominiosamente prosternati ai suoi piedi. Non papa Roncalli ha cambiato linguaggio (è questo l'elogio che possiamo fargli noi): sono gli altri che hanno buttato alle ortiche l'ideologia, il programma, le parole d'ordine, che erano la loro forza e la loro ragione d'essere. Egli non ha messo la sua fiaccola sotto il moggio; non ha nascosto che, per lui e per la Chiesa di cui si sapeva e si proclamava l'umile servo, la vera vita comincia dopo la morte e non v'è speranza di salvezza quaggiù - nel piccolo margine di consolazioni riservato ai nipoti di Eva - fuori dalla «Madre comune» e dalle sue immutabili leggi. Ha gettato la sua rete in tutti i mari della terra, è vero; ma era la sua rete, tessuta dei domi e dei riti di sempre. Possono vantare la stessa fedeltà orgogliosa coloro che - essendo in possesso di una dottrina che fin dall'inizio è la negazione di ogni trascendenza, e pretendendo di guidare un proletariato levatosi a distruggere, insieme con la società divisa in classi antagoniste, il suo riflesso nelle coscienze, la «paura che genera gli dei... la paura della cieca potenza del capitale» - hanno fatto propria nella sostanza l'ideologia del pacifismo sociale e di rassegnazione imbelle predicata dalla borghesia laica e dal suo apparato ecclesiastico?

Viene da costoro, al papa defunto, l'elogio: Bandì dalla predicazione della Chiesa ogni «spirito di crociata». E' facile rispondere: Perché mai avrebbe dovuto mantenerlo, quello spirito, se l'avversario è codardemente scomparso; se più nessuno si leva a contrapporre al vangelo fideista di Roma un messaggio di segno irrevocabilmente opposto? Con l'avversario di ieri si incrociavano e dovevano incrociarsi le spade: che senso farlo oggi, con un «avversario» che predica esso per primo il dialogo, il colloquio? Il campo è aperto: si tratti dei rapporti fra capitale e lavoro o dei rapporti fra Stati, la Chiesa è oggi libera di collocare sul mercato i suoi prodotti teorici in concorrenza con mille altri prodotti intercambiabili, e battere tutti sul prezzo.

Invero, alla visione roncalliana di una pace fra gli Stati e di una conciliazione fra le classi raggiungibili attraverso gli appelli alla coscienza, alla buona volontà, al cuore, nessuno - salvo noi, per pochi che siamo e per debole che sia la nostra voce, - ha osato ed osa oggi contrapporre la dottrina che i rapporti fra gli uomini e i rapporti fra gli aggregati sociali sono rapporti di classe e di violenza; e che solo la violenza di classe può capovolgerli. «Alla pace, alla comprensione e collaborazione fra i popoli, - ha scritto Togliatti commemorando Giovanni XXIII - si può e si deve giungere anche quando si parte da posizioni diverse e lontane»; che cos'è questo, se non la proclamazione di aver condannato per sempre e senz'appello l'eresia marxista che affida la pace alla vittoria non di questa o di quella idea o, peggio ancora, di un mosaico di idee, ma di una classe, ed una sola?

Si è detto ancora: ha saputo guardare al di là di «barriere che sembravano invalicabili». Se questo è un «merito storico», non lo si attribuisca né alla Chiesa  né a un suo pastore: esso spetta a coloro che hanno reso valicabili  in ogni senso tutte le antiche barriere. Al quotidiano appello del  «padre» ai «figlioli», chi - salvo noi - ha risposto in questi anni, o risponderà negli anni venturi, che no, non siamo fratelli, fratelli noi e chi ci sfrutta, fratelli noi e chi ci calpesta, fratelli noi e chi manda in guerra: che «non siamo uno» ma due, due classi contrapposte separate da barriere invalicabili, e che ci sarà pace e fratellanza solo allorché questa barriera sarà clamorosamente abbattuta da una ed una sola di queste classi, e sarà pace e fratellanza quaggiù, non nel favoleggiato regno dei cieli; quaggiù, in quella che da secoli gli oppressi sono invitati a ritenere per decreto immutabile una «valle di lacrime» e che per noi deve diventare una valle di delizie sotto un cielo sgombro di incubi, minacce o pie consolazioni religiose? «La fede rende beati», ripeteva e ripeterà la voce di Roma. «Sì, - risponde la voce del "Capitale" di Marx:  è la fede che rende beati; la fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito». Sotto questa fede di millenarie paure, giace in catene il gigante proletario; di questa fede e della sua beatitudine rassegnata abbiamo giurato da oltre un secolo di volerlo sbarazzare per sempre.

Fra queste concezioni, fra queste due voci di classe antagoniste, non può esservi «dialogo», «incontro», «coesistenza pacifica». Ma è necessario e fatale che conviva pacificamente con Roma un regime di mercanti-epigoni che, sulle rovine della gloriosa rivoluzione di Ottobre, ha ristabilito il dominio del feticismo delle merci e della sua proiezione nel cielo; un regime che può installare il filo diretto con Washington, nutrire archimandriti, e mandarli al Concilio Ecumenico di Santa Madre Chiesa. Per loro, la coesistenza è un fatto e un ideale: di più, la comune ancora di salvezza.

Noi plaudiremo al papa che, da una classe proletaria lanciata all'assalto di una terra e di un cielo non più temuti, sarà costretto a lanciarci l'ultima crociata; al papa che avrà dovuto raccogliere la sfida degli umiliati della terra urlanti le rivoluzionarie parole di un cristianesimo di schiavi in rivolta: «Siamo venuti a portare non la pace ma la guerra», e che troverà davanti a sè «barriere invalicabili» erette dalla forza prima che dalla teoria, e dovrà cercare disperatamente di demolirle.

Non ci sarà, allora, il «plebiscito» di cui i porporati oggi hanno tutto il diritto di gongolare; ci sarà lotta senza quartiere, dietro due barricate e con una sola posta - O NOI O LORO; O IL PROLETARIATO RIVOLUZIONARIO O I DETENTORI DELLE CHIAVI DI UNA PINGUE TERRA E DI UN CIELO PIENO SOLTANTO DI TERRORI.

Per adesso, baciapile di tutto il mondo, a raduno!

 

il programma comunista, n. 12, 12 -26 giugno 1963

 

 

 

         Pugno proletario e aspersorio pontificio

 

Tempo prima di morire, Giovanni XXIII rivolse una lettera apostolica ai vescovi delle nazioni slave. Giacché in essa si dice che «la voce del tempo è la voce di Dio», e giacché noi siamo convinti che la voce di QUESTO TEMPO di controrivoluzione totale e di sfruttamento inaudito del proletariato internazionale, non potrebbe essere altro che la «voce di Dio», vogliamo far sentire ai proletari che sudano sudore e sangue sotto la sferza del capitale COME parla questo dio per la bocca della chiesa di Roma.

La lettera apostolica prendeva occasione dall'undicesimo centenario dei santi Cirillo e Metodio, e iniziava con una ditirambica esaltazione dei POPOLI SLAVI, che si potrebbe ritrovare tale e quale sulle labbra di Krusciov, L'AMICO DEL POPOLO. Ecco le DOTI DEI POPOLI SLAVI, nelle parole del Papa: «Il senso vivo delle cose di Dio, l'indole generosa, la versatilità dell'ingegno, la inclinazione al vivere cortese, una ricca attitudine alle arti, la liberalità ospitale ed altre ottime qualità che giustificano ogni più bella speranza a loro riguardo». In verità, non pare di vedere Nikita Krusciov in mezzo ai kolkosiani, raccontare la parabola del pane, del sale, della liberalità ospitale? Non pare di vedere la santa Russia del popolo e tutti i suoi sacri ingredienti: le betulle, la balalaika, l'isba, e i rubli nascosti sotto la pietra del focolare o dietro l'icona?

La lettera continuava ricordando il concilio vaticano II  «al quale con nostra grande soddisfazione e lietissimo auspicio furono presentati anche osservatori delegati delle chiese separate», ed afferma, a ragione, che «nell'una e nell'altra parte CIO' CHE UNISCE E' BEN MAGGIORE DI CIO' CHE DIVIDE» (Il corsivo è PROFANO , ma corrisponde alle sacre intenzioni papali).

«Io maledissi al papa or son dieci anni / oggi col papa mi concilierei».

Nikita Serghievic, voi non avete mai «maledetto al papa», come i borghesi massoni di cent'anni or sono: conciliatevi dunque con Roma! Avanti, Nikita, in Vaticano: non voi piglierete a braccio il pontefice, ma egli abbraccerà voi! Giovanni XXIII aveva idealmente proteso la mitria e il pastorale oltre i confini della santa Russia di Cirillo e Metodio (del che gli ha fatto merito Togliatti): il giorno forse non lontano in cui secondo l'auspicio papale, «mutate in meglio le idee dei governanti, come vogliamo sperare, la procella si converta in brezza leggera», non solo Agiubei e Nikita si inginocchieranno in Vaticano, ma soprattutto il sommo moderatore della chiesa romana, chiunque egli sia, percorrerà trionfalmente le contrade della santa Russia e pontificherà nella cattedrale di San Basilio. Già, gli occhi inumiditi, Giovanni XXIII antivedeva questo grande trionfo: «Il Signore... a coloro che confidano  nel suo aiuto e nella sua protezione preparerà UN CONFORTO TANTO PIU' LIETO QUANTO MENO ATTESO».

Che coloro i quali confidano nell'aiuto del Signore NON ABBIANO ATTESO E NON ATTENDANO QUESTO CONFORTO, è dubbio a dir poco. Ma noi, che NON confidiamo nell'aiuto del Signore, abbiamo lungamente atteso e attendiamo con fiducia e certezza il GRANDE CONFORTO dell'abbraccio fra Mosca e Roma. Ma i proletari, che NON confidano nell'aiuto del Signore e nella sua protezione bensì SOLTANTO NEL LORO PROPRIO AIUTO E NELLA LORO PROPRIA PROTEZIONE : ma i proletari, che sanno di potersi aiutare soltanto con l'aperta e violenta lotta di classe e di potersi proteggere soltanto con la loro propria forza; i proletari da lungo tempo attendono questo conforto, i proletari da lungo tempo attendono questa gioia; la grande gioia di vedere i bonzi sindacali che definiscono «teppisti» gli operai in sciopero, di vedere gli esaltatori della patria, di vedere i deputati e i senatori vincitori di battaglie elettorali e costituiti a difesa dell' eternità del parlamento, di vedere i massacratori del proletariato a Varsavia e a Berlino, a Poznam e a Budapest, in una parola di vedere tutti coloro che quotidianamente li tradiscono abbracciati e benedetti dal papa.

 

* * * * *

 

Di fronte a così meraviglioso spettacolo, di fronte alla benedizione pontificia, gli operai di tutto il mondo non possono rispondere che con la bocca del proletariato russo sul quale questa benedizione, nelle intenzioni di Krusciov e di chiunque salga alla cattedra di Pietro, dovrebbe cadere. La risposta del proletariato internazionale per la bocca degli operai russi, non può dunque essere che questa:

«IL PROLETARIATO RUSSO non fa parte dei POPOLI SLAVI, né di alcun altro popolo. IL PROLETARIATO E' UNO SOLO nel mondo intero, al di sopra di ogni confine di razza e di nazione, unito dal suo comune sfruttamento, dalla sua lotta comune, e dal suo unico fine: LA DISTRUZIONE DEL CAPITALISMO.

L'acqua benedetta dell'aspersorio papale può dunque ben raggiungere Nikita Krusciov e IL SUO POPOLO SLAVO, costituito di preti, intellettuali, avvocati, affaristi, contadini arricchiti, politicanti e sfruttatori. Quest'acqua benedetta non può invece raggiungere in alcun modo il PROLETARIATO RUSSO.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «il senso vivo delle cose di Dio» ma possiede al contrario il senso vivo dei prodotti del proprio lavoro, che gli vengono quotidianamente estorti da quei governanti che la Chiesa benedice.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «la versatilità dell'ingegno», perché il proprio sviluppo intellettuale gli viene impedito da coloro che in Russia come altrove detengono il privilegio della cultura e ne fanno un  MONOPOLIO DEL CAPITALE: possiede al contrario LA FORZA DELLE PROPRIE BRACCIA con le quali intende appunto spezzare il MONOPOLIO DELL'INGEGNO BORGHESE.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «l'inclinazione al vivere cortese» ma è costretto a vivere in modo tanto inumano da manifestare oggi la propria inclinazione alla scortesia ala durezza e alla violenza nei confronti dei propri sfruttatori, e da manifestare domani la ferma intenzione di esercitare la dittatura e il terrore più spietati nei confronti di coloro che VIVONO CORTESEMENTE sulle loro spalle.

IL PROLETARIATO RUSSO NON ha «una ricca attitudine alle arti» ma vede al contrario mutilata la propria natura umana dalla divisione sociale del lavoro esasperata dal capitalismo, così che è costretto ad avvitare bulloni da mane a sera nella galera della fabbrica; ritiene quindi che l'affermazione secondo la quale esso «possiede una ricca attitudine alle arti» sia una beffa atroce, e manifesta la propria intenzione di far cadere un giorno su chiunque abbia il coraggio di irridere gli schiavi del capitale e di benedire i loro sfruttatori la più implacabile delle vendette.

IL PROLETARIATO RUSSO NON può essere né «liberale» né «ospitale», dal momento che con la propria prole e con le proprie donne deve vivere ammassato nella misura di cinque famiglie per alloggio.

PER TUTTE QUESTE RAGIONI, IL PROLETARIATO RUSSO NON possiede «altre ottime qualità che giustificano ogni più bella speranza a suo riguardo», ma riconosce apertamente di essere dotato di «pessime qualità» e avverte i propri sfruttatori, e i preti che li benedicono, di volerle fermamente usare per la propria rivoluzione.

IL PROLETARIATO RUSSO NEGA inoltre che il «conforto» della riconciliazione con la chiesa di Roma sia per la cricca capitalista del Cremlino «tanto più lieto quanto meno atteso». IL PROLETARIATO RUSSO sopporta ormai da troppo tempo gli effetti della riconciliazione del Cremlino con la chiesa ortodossa, effetti nei quali la sferza del capitale si unisce alla preghiera del pope; e ricorda troppo bene l'opera svolta nella II guerra imperialista dalla chiesa ortodossa, quando d'accordo con tutte le altre chiese, incitò gli operai a massacrarsi sui fronti della patria, per credere che l'incontro del Cremlino con il vaticano sia «un conforto tanto più lieto quanto meno atteso».

IL PROLETARIATO RUSSO afferma al contrario che «il Signore ha preparato a coloro che confidano nel suo aiuto e nella sua protezione», vale a dire a Krusciov e compagni, «UN CONFORTO TANTO PIU' LIETO QUANTO PIU' ATTESO».

A coloro che «confidano nell'aiuto e nella protezione del Signore» si servono in realtà dell'aiuto e della protezione degli operai per poterli meglio sfruttare, vale a dire ai sedicenti comunisti falsi e bugiardi del Cremlino, e ai preti che li benedicono, IL PROLETARIATO RUSSO ANNUCIA DAL PROPRIO CANTO DI PREPARARE LORO UNA FINE TANTO PIU' MALINCONICA QUANTO MENO ATTESA.

Infine: mentre i capitalisti i preti e i governanti di tutto il mondo si rallegrano per il fatto che «la procella si converte in una brezza leggera», IL PROLETARIATO RUSSO GRIDA LA PROPRIA CERTEZZA di potersi riunire in un giorno non lontano al proletariato internazionale, al fine di convertire la brezza leggera della coesistenza pacifica dei preti dei capitalisti e dei governanti  NELLA VIOLENTA BUFERA DELLA RIVOLUZIONE COMUNISTA.

 

il programma comunista, n.12, 12-26 giugno 1963