Cerca nel sito



 


archivio > Archivio sulla sinistra>Il proletariato italiano non deve piĆ¹ lasciarsi ingannare (ottobre 1943)

aggiornato al: 28/04/2008

ottobre 1943

Questo bellissimo documento-manifesto del  Partito Comunista Internazionalista, diffuso come piccolo opuscolo a stampa, porta la data di "ottobre 1943".

Ne è indicata la lettura, oltre ai compagni che già conoscono le posizioni del comunismo rivoluzionario, a chi necessita di un minimo di conoscenza di fatti storici fuori dalla mitologia corrente: caduta del fascismo, governo Badoglio e suo appoggio da parte del PCI e a chi confonde resistenza, partigianesimo, lotta di classe e comunismo.

Purtroppo la speranza dell'apertura di un ciclo rivoluzionario simile a quello del primo dopoguerra (che diede nascita all'ottobre bolscevico) fu vana ma l'unica posizione conseguente, comunista e rivoluzionaria, in quegli anni fu quella tenuta dal  Partito comunista internazionalista come bene è illustrato da questo documento praticamente sconosciuto. 

Precisiamo, per evitare equivoci, che alla data di redazione del testo il PCI  non faceva ancora parte del governo, cosa che avvenne nell'aprile del 1944 con il secondo governo Badoglio.

 

 

Il proletariato italiano non deve più lasciarsi ingannare

 

 

Nello spazio di poco più di un mese, il proletariato italiano ha rifatto il cammino di tante dolorose esperienze passate.

 

La manovra borghese del governo Badoglio

L'esperimento Badoglio può essere definito come un tentativo borghese, poggiante sulla base tradizionalmente conservatrice della monarchia, di risolvere il problema del fascismo e di una guerra in sommo grado impopolare, parando nello stesso tempo, col miraggio di un ritorno alle libertà costituzionali, la minaccia di un assalto del proletariato al potere. Si trattava di scindere le responsabilità della borghesia nel suo complesso e nella varietà delle sue istituzioni da quelle di un presunto "governo al di sopra delle classi", di far lo scandalo intorno ad un gruppo ristretto di uomini, affinché lo sdegno delle masse si concentrasse su di essi e soltanto su di essi, e non incidesse sulla maestà inviolabile delle istituzioni borghesi. Si gettò in pasto alla folla Mussolini, poi, a piccole dosi il partito e i gerarchi maggiori, proprio perchè, di giorno in giorno, le folle trovassero davanti a sé un nuovo piccolo bersaglio da colpire e non avessero mai a trovarsi faccia a faccia con il nemico fondamentale. Con stessa astuzia, si dosarono a poco per volta le rivendicazioni e le promesse, affinché, raggiunto di colpo un regime di libertà costituzionali, il proletariato non fosse tentato a scavalcarlo. La grande borghesia cambiava pelo per non perdere il vizio: ripetendo a rovescio l'esperimento del 1922, essa che, impotente a tenere nel quadro delle istituzioni democratiche l'ondata rivoluzionaria sprigionata dalla crisi dell'altro dopoguerra aveva creato il fascismo, lo liquidava d'accordo ancora una volta con la monarchia -per le stesse ragioni.

La manovra ebbe tanto più l'effetto sperato, in quanto le avevano preparato il terreno fra le masse e la degenerazione del massimo partito operaio, il Partito Comunista Italiano, la sua accesa campagna a favore del fronte nazionale. La borghesia non aveva che da far sue le parole d'ordine di unione antifascista lanciate dal centrismo e ottenere così alla dittatura militare monarchica un consenso di popolo. E' vero che la guerra continuava e l'asse rimaneva intatto, è vero che l'opera di risanamento costituzionale procedeva con estrema lentezza; ma, giustificazione di questo ritardo nelle decisioni supreme, serviva lo spauracchio dell'invasione tedesca, alla quale non si poneva d'altronde alcun argine serio.

 

Il collaborazionismo.

Così il collaborazionismo, che il centrismo sbandierava come una tattica per battere d'astuzia la borghesia, serviva come sempre al regime borghese per addormentare il proletariato. E il blocco dei sei partiti - di cui è stato l'ispiratore più acceso il Partito Comunista - si strinse, pur mordendo il freno, intorno al Governo cosiddetto antifascista di Badoglio, ne accettò cariche e onori pur negando ogni corresponsabilità politica con esso, come se il fatto di assumere incarichi ufficiali non importasse di per sé, al di la di qualunque riserva mentale, una corresponsabilità col mandante. In seno al Comitato antifascista romano l'ardore collaborazionista toccava il vertice con le proposte centriste di un governo di ricostruzione nazionale in funzione antitedesca sotto l'egida monarchica; nelle fabbriche e sulle piazze, gli oratori socialisti e comunisti esortavano alla calma, invitavano gli operai a riprendere il lavoro, accettavano insomma il ruolo di imbonitori del governo perchè le masse - impazienti e pronte a combattere - si lasciassero persuadere a non combattere. Il tradimento del fronte popolare si allargava: non più Blum o Deladier si sosteneva, ma Badoglio. E lo si sosteneva anche se, a tratti gli si lanciavano insulti. Che paura potevano ormai incutere un partito comunista che si vergognava di parlare di comunismo e che, già prima della crisi, si era dichiarato disposto a collaborare fraternamente con tutte le varietà della borghesia antifascista, (o divenuta per l'occasione tale) dai monarchici ai cattolici, dai democratici ai socialisti?. La borghesia aveva ben saputo valutare i suoi servi.

 

Una seconda manovra: l'armistizio

E, tuttavia, la situazione rimaneva equivoca, anzi lo diveniva sempre più man mano che si scatenavano le forze liberate dal crollo della facciata fascista. Le masse erano bensì disorientate dall'equivoco e, fiduciose nella vecchia bandiera del partito, le parole d'ordine democratiche, soffocavano la voce sicura dell'istinto di classe per accettare le esortazioni di "chi ne sapeva più di loro". Ma l'equivoco giocava in un doppio senso: le commissioni interne - burocratizzate sotto gli auspici di Buozzi e Roveda - si rifiutavano di ridursi a puri organi tecnici, la liberazione dei prigionieri politici - pur accompagnata nella più gran parte da professioni di lealismo patriottardo - accendevano speranze pericolose, la fiamma degli scioperi ardeva  sotto la cenere. Soprattutto, si voleva la pace. Lo slancio delle masse, contenuto in un primo tempo, non sarebbe riesploso togliendo di mano ai dirigenti le redini della situazione? Fu allora che l'invasione pavallata [?] tedesca e anglosassone divenne per la borghesia conservatrice "l'arma provvidenziale" per raggiungere lo scopo di stroncare l'ascesa rivoluzionaria delle masse.

Ci si meraviglierà ancora che Badoglio, dal 25 luglio all'8 settembre e soprattutto dalla firma alla pubblicazione dell'armistizio, abbia permesso l'occupazione tedesca dell'Italia settentrionale e centrale? Occorreva, dopo di aver strappato di mano alle masse l'arma della pace facendosene i promotori ed averle così addormentate, abbandonare il paese recalcitrante in balia dei due belligeranti, consegnarlo loro mani e piedi legati, perchè cessasse di essere arena di lotte politiche e diventasse campo di battaglie militari. Il tallone tedesco avrebbe soffocato l'idra risorgente della rivoluzione proletaria nei grandi centri industriali, e agli Inglesi sarebbe spettato poi il compito di riassestare su basi più solide il vacillante capitalismo italiano. Ma, prima di una soluzione così arrischiata, bisognava preparare il terreno psicologico e lanciare l'idea tardiva di una guardia nazionale antitedesca, perchè nella dura vigilia dell'occupazione germanica, fruttificasse nel proletariato sgomento l'idea della guerra di liberazione a fianco, anzi in coda, agli alleati. Dopo di aver tentato di spingere la massa operaia sulla falsa via della libertà democratica, la si imprigionava così nelle maglie della guerra imperialista. Lanciata l'idea, non c'era che da riparare sull'altra sponda, e gli angloamericani, che non avevano cessato di dir corna di Badoglio, lo accolsero a braccia aperte come capo legittimo del Governo Italiano. Se ne stupiranno gli ingenui; noi li comprendiamo benissimo: la Monarchia è stata ancora una volta la più superba manovriera, il più solido pilastro del regime capitalista.

 

Chi ha tradito?

L'accusa di tradimento che si suol oggi fare al Re o a Badoglio o ad un qualsiasi Adami Rossi non coglie nel segno. Si chiamerà traditore chi serve fedelmente gli interessi della sua classe? O non piuttosto chi ha spinto il proletariato, contro i suoi interessi di classe, nel vicolo cieco di una collaborazione contro la quale noi non abbiamo cessato "solo fra tutti" di metterlo in guardia? Ed è inutile palleggiarsi, a disastro avvenuto, una responsabilità che cade in solido su chiunque aderì al blocco dei sei, sui centristi  che hanno almeno avuto la spregiudicatezza di sostenere a spada tratta la politica dei blocchi, come su quel ibrido "Movimento di Unità Proletaria" (ribattezzato poi in partito Socialista di Unità Proletaria) che contrabbandava un effettivo collaborazionismo e una sfrenata caccia ai posti sotto il coperto di una verbale intemperanza estremista. Con l'unica differenza che la merce contrabbandata ai primi portava, ahimè, l'etichetta gloriosa di un fu leninismo.

Si è solito affermare, a giustificazione di questo tradimento, che le masse non avrebbero raccolto comunque l'appello a una azione di classe; il gioco non è di oggi: il Partito spinge le masse riluttanti alla rovina, poi si atteggia a vittima dell'impreparazione, dell'apatia, della mancanza di spirito rivoluzionario delle masse. La realtà è stata completamente diversa. In quei giorni di grancassa, gli operai capirono benissimo che li si truffava, e insistettero per manifestare concretamente la loro volontà di combattere. Si trovarono isolati, privi dell'appoggio pratico e della guida ideologica del Partito.

Partito e masse parlavano un linguaggio diverso e agivano su piani diversi. Non solo, come si sostenne tardivamente, non si potè agire per deficienza di quadri organizzativi; non lo si volle, perchè la politica del Partito si muoveva - in perfetto parallellismo con la politica della Russia - sul binario della democrazia e della guerra antitedesca; e temeva l'esplosione delle masse, quanto la temevano Badoglio o il Re.

 

Necessità e possibilità di una ripresa di classe.

La conclusione di questa tragica vicenda sta sotto gli occhi del proletariato. La soluzione del problema italiano, rimasta per qualche giorno nelle mani delle masse, è oggi affidata alla decisione delle armi.

E, poiché su questa decisione è difficile aver dubbi, essa torna a cadere, tra le rovine che il cozzo disperato dei due contendenti lascerà dietro di sé, nelle mani della borghesia anglosassone e, subordinatamente, della sua alleata Russia-staliniana. Lungi dall'aver tratto una lezione dall'esperienza, i due vecchi partiti operai (vecchi anche se riverniciati con nuovissime sigle) insistono sulla via presa e, attorno alla bandiera della "Guardia Nazionale", che è poi uno strumento inglese e al canto dell' Inno di Garibaldi, preparano un nuovo capestro da gettare al collo del proletariato. Questo capestro il proletariato non deve lasciarselo mettere. La lezione di questo mese e mezzo di errori è nello stesso tempo la conferma di quanto noi sostenevamo cioè il problema  del fascismo e della guerra è tutt'uno con quello del sistema di produzione capitalistico, e che, perciò, l'unica forza capace di risolverlo è la classe antagonista del capitalismo, il proletariato.

Ma perchè la classe operaia imponga la sua soluzione, delle premesse sono necessarie, premesse intimamente legate  l'una all'altra: ch'essa non si lasci sviare sulla via del potere dalle molte sirene che, in periodi di crisi, la borghesia mobilita per salvarsi, e che sappia esprimere da sé il partito della rivoluzione. La necessità storica di questo partito - che è inevitabilmente un partito di avanguardia - è messa in luce dal traviamento della politica del compromesso e dal sabotaggio opportunistico della Rivoluzione. Un nuovo salvataggio del regime borghese a spese del proletariato non deve più essere possibile. Oggi che tutti i partiti si sforzano di mobilitare il proletariato sotto la bandiera di uno dei belligeranti, noi dobbiamo mobilitarlo sotto la bandiera della Rivoluzione che non ammette né il dominio militare e politico tedesco, né il dominio militare e politico anglosassone o russo. Contro la parola d'ordine della concordia nazionale, che per noi si traduce nella formula "che il proletariato si sveni perchè l'ordine sia salvo", noi lanciamo la parola d'ordine della lotta di classe, preludio e strumento della presa rivoluzionaria del potere.

La situazione, per quanto irta di difficoltà, non [è] pregiudicata. La crisi italiana si innesta in una crisi europea, anzi mondiale, che guadagnerà ben presto la Germania, la Francia, i Balcani, e non mancherà di contagiare quegli stessi eserciti di occupazione che Berlino, Londra e Washington, manovrano oggi come strumenti di reazione anti operaia, e di provocare nella Russia burocratizzata una salutare ripresa rivoluzionaria. Lungi dall'attenuarli, l'occupazione tedesca e anglosassone approfondisce i contrasti interni di un'Europa orrendamente sconvolta dalla guerra, e affretta ad onta di tutte le manovre borghesi l'ora della rivoluzione internazionale. In questa vigilia di faticosa gestazione, spetta al proletariato italiano una funzione di avanguardia.

Poco dopo il crollo del fascismo, noi affermammo che la crisi non poteva e non doveva fermarsi alla restaurazione delle libertà costituzionali, e che solo il proletariato - non la borghesia né la monarchia né la Chiesa - aveva il diritto di dire in essa una parola decisiva. L'opportunismo, impedendo al proletariato di dirla, ha servito, come ieri e come sempre, gli interessi del suo nemico di classe.

I lavoratori italiani ne prendano atto e ne traggano le necessarie conseguenze.

 

Ottobre 1943

 

Viva la rivoluzione proletaria

Viva il comunismo

 

Il Partito Comunista Internazionalista